Quando si parla di Africa, spesso si usano parole molto grandi: volontariato, aiuto, esperienza che ti cambia la vita.
E queste parole, volendo o non volendo, sono parole che ti rimangono in testa. E’ quello che è successo anche a me. Quando sono partita per i miei 21 giorni in Kenya. Quando parti, queste parole, te le metti sulle spalle, nella valigia, nella mente e le inserisci in tutti i posti disponibili. Per cercare di sapere più o meno che cosa aspettarti, o meglio, definire ciò che stavi per vivere.
Qualche cenno sul fenomeno del volontariato
Il volontariato nasce, almeno in teoria, con un obiettivo preciso: rispondere a un bisogno.
Dal punto di vista antropologico, non è solo un atto di altruismo individuale, ma una pratica sociale e culturale che riflette i valori, le relazioni e le disuguaglianze di una società. In molte culture, queste forme di aiuto reciproco esistono da sempre.
Di conseguenza, in questo senso, il volontariato non nasce come qualcosa di “nuovo”, ma come una riorganizzazione moderna di pratiche antiche di cooperazione.
Con la modernità, però, il volontariato assume una nuova forma: azione libera, non retribuita e organizzata e mediata da associazioni e ONG. Con la sua nuova forma cambia anche il suo significato: non è più solo un dovere verso la propria comunità, ma diventa anche una scelta individuale, spesso legata a valori etici, religiosi e politici.
Di conseguenza, può essere letto in almeno tre modi:
- Come relazione: non ha un senso unico, anche quando si “da”, si entra in uno scambio fatto di riconoscimento, fiducia e, alcune volte, dipendenza reciproca.
- Come costruzione di significato: chi fa volontariato spesso cerca qualcosa, non solo aiuto concreto, ma anche identità, senso, appartenenza.
- Come pratica inserita in dinamiche globali: emergono questioni legate al potere, alle disuguaglianze e al modo in cui “l’altro” viene percepito e rappresentato.
Queste chiavi di lettura fanno capire che il volontariato non è mai neutro. Anche quando nasce con le migliori intenzioni e si inserisce in contesti complessi.
Ciò che è il viaggio
Il viaggio (turismo), da sempre, non è mai stato semplicemente uno spostamento geografico, ma una pratica culturale attraverso cui le persone costruiscono significati, identità e relazioni. E nelle società tradizionali, viaggiare aveva sempre uno scopo preciso: commercio, pellegrinaggio, guerra.
Con la modernità il viaggio cambia motivazione: diventa una scelta, legata al tempo libero, alla curiosità e al desiderio di uscire dalla propria quotidianità. Di conseguenza, il viaggio diventa un modo per mettere in discussione sè stessi attraverso l’incontro con ciò che è diverso. Non si tratta solo di vedere nuovi luoghi, ma di confrontarsi con altri modi di vivere, pensare e dare senso al mondo.
Il “classico viaggio nel continente africano” si inserisce pienamente in un immaginario turistico preciso: safari, paesaggi “esotici”, villaggi rurali e idea di una cultura percepita autentica rispetto all’occidente. Inserendo uno “sguardo turistico” all’interno dell’esperienza già da prima della partenza, interpretando la realtà secondo aspettative già costruite. (John Urry, sociologo britannico)
In questo contesto, il viaggio rischia talvolta di semplificare la complessità sociale, economica e culturale del Paese, trasformando luoghi e persone in elementi di un’esperienza da vivere o raccontare.
Complesso del “white savior”
Un tema strettamente collegato al turismo da cartolina nel continente africano è la sindrome del salvatore bianco. Un fenomeno in cui il viaggiatore occidentale tende, anche inconsapevolmente, a percepirsi come colui che “aiuta”, “risolve”, “porta progresso” in contesti locali.
Fenomeno, altrettanto, strettamente legato al bisogno odierno di condividere tutte le esperienze all’interno dei propri canali social.

Una distinzione (teorica) che sembra semplice: il volontourism
Negli ultimi anni, la dimensione del volontariato e la dimensione del turismo si sono avvicinate sempre di più fino ad andare a creare una nuova “etichetta”: il volontourism. Qui, il viaggiatore, dedica parte del suo tempo ad attività considerate “di aiuto” inserendole dentro ad un viaggio turistico più ampio.
Da un punto di vista critico (e antropologico) è un fenomeno controverso. Da un lato può favorire l’incontro tra culture e sensibilizzare su realtà diverse. Dall’altro genera problemi quando l’esperienza è breve, poco formata o poco coordinata con i bisogni reali dei locali. Si inseriscono anche: la scarsa continuità dei progetti, la difficoltà nel creare relazioni tra chi “aiuta” e chi “riceve” e la commercializzazione dell’idea di solidarietà.

Quando la teoria incontra la realtà
La realtà, deve fare i conti con tutta la teoria citata qui sopra.
Rileggendo la mia esperienza in Kenya, mi sono accorta che una distinzione, su carta, così chiara…nella pratica non esiste davvero.
I momenti in cui mi sentivo utile, presente e parte di qualcosa si alternavano ad altrettanti momenti in cui ero semplicemente una 20enne dell’altra parte del mondo che stava cercando di capire che cosa la circondava.
E va benissimo così!
E la domanda che più mi ronzava nella mente era: Sto davvero aiutando? O sto vivendo qualcosa che serve soprattutto a me?
Sono felice: una risposta ce l’ho
Partire con il desiderio di aiutare è sicuramente importante. Ma purtroppo non garantisce automaticamente un impatto reale.
Perchè aiutare davvero richiede:

Senza questi elementi il rischio è sovrastimare il proprio ruolo. Considerarsi indispensabili in contesti che, in realtà, esistono e funzionano anche da prima che noi arrivassimo. E forse avere questa considerazione può fare un po’ male.
Il valore (sorprendente e forse scomodo) del ricevere
L’aspetto di cui si parla meno, che però, secondo me, è centrale: il fatto che, spesso, si riceve più di quanto si da. Ed è semplicemente bello così!
Nel mio viaggio in Kenya, le cose che mi hanno segnato di più non sono state quelle che ho fatto. Ma quelle che ho vissuto: le relazioni, il tempo condiviso e gli insegnamenti di una cultura così diversa dalla mia.
Ho iniziato a vedere il mio viaggio anche per quello che era: non solo un’esperienza di volontariato, ma l’inizio di un nuovo capitolo del libro della vita.

